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La buona sanità a Tivoli: un circolo virtuoso



Riceviamo e pubblichiamo:


A cura di Marianna Scibetta


Tempo per riflettere. L'estate che ci lasciamo indietro è un fardello pesante con alle spalle due anni di pandemia, gli orrori della guerra, i disagi di un'estate segnata dalla siccità e nello stesso tempo da inondazioni distruttive che ci mettono di fronte alle nostre mancanze e all'incuria di noi Terrestri.

Questo tempo segnato dalle vacanze estive ha lasciato avanzare la ripresa delle attività con una certa lentezza ed ha permesso anche di fare qualche riflessione con annessa preoccupazione per la crisi energetica alla quale, per le suddette ragioni andiamo incontro.

Per chi ha rinunciato alle vacanze a causa di problemi di salute proprie o di un familiare e si è dovuto aggirare per ospedali e pronto soccorsi ha potuto constatare tali realtà e i disagi derivanti dal periodo estivo segnato per lo più da partenze, pause e ferie degli operatori di tutti i settori.

E' successo più volte, a chi scrive, di doversi recare al pronto soccorso del vicino Ospedale San Giovanni Evangelista di Tivoli facente parte della ASL Roma 5, è il pronto soccorso più vicino al territorio di Guidonia Montecelio, quello in cui la maggior parte dei cittadini di zona effettua le visite mediche e le altre prestazioni sanitarie, lo stesso P. S. in cui hanno trovato assistenza sanitaria i nostri cari, insomma un centro della sanità pubblica di riferimento a cui continuamente si ricorre per un motivo urgente.

E' per questo che il 26 agosto scorso, la notizia di cronaca che ha visto coinvolta la medesima struttura, a causa di una grave aggressione, stimola la necessità di una profonda riflessione per sottolineare lo sconcerto e il rammarico riguardo questo avvenimento contro gli stessi operatori sanitari che quotidianamente svolgono le loro attività e il loro lavoro per prestare soccorso e cure agli ammalati.

Non è la prima volta che accade, sempre più spesso questi operatori sono ingiustamente attaccati dalla rabbia e da comportamenti inqualificabili da parte di utenti irrispettosi e incivili, ignorando che i medesimi in molte situazioni ci hanno accolto, ci hanno curato e ci hanno salvato la vita.

Attraverso una recente esperienza personale, cui sono incorsa , per mia figlia, ho avuto modo di conoscere proprio i medesimi operatori del Pronto Soccorso dell' Ospedale di Tivoli che hanno preso in carico il mio problema e che con competenza e attenzione solerte hanno prestato le loro cure cambiando il corso degli eventi e in un certo senso, contribuendo a salvare la vita di mia figlia che, pur non essendo in pericolo imminente, sicuramente stava rischiando conseguenze gravissime . L'intervento dei sanitari, l'efficacia delle prestazioni , ma anche la collaborazione tra due eccellenze mediche e strutturali della Regione Lazio hanno indubbiamente fatto la differenza.

E' proprio i primi giorni di agosto che al pronto soccorso mia figlia è stata ricoverata in osservazione, grazie alle cure della dottoressa Fadumo Keinan, medico chirurgo dirigente del PS dell'Ospedale S. Giovanni Evangelista di Tivoli , la quale, non solo ha compreso il problema di salute , ma soprattutto ha trattato con molta premura la componente emotiva e psicologica di una giovane indirizzandola empaticamente alle giuste cure e all'intervento chirurgico.

Sempre più spesso siamo coinvolti emotivamente in quella che i sociologi definiscono “Teoria della finestra rotta”, quindi finiamo per convincerci che se qualcosa non è esteticamente attraente o tecnicamente perfetta merita di essere ulteriormente danneggiata. Nei quartieri decadenti non si fa nulla per migliorare la realtà circostante, se esiste una situazione di semi abbandono e di degrado è facile che questa venga accentuata e portata all'esasperazione, quindi si finisce per rompere i vetri di altre finestre, di scardinare le porte, demolire ancora di più edifici, arredi, ecc. piuttosto che agire nel senso inverso e cioè raccogliendo ciò che è caduto e rialzando i cocci per ripararli.

Se proviamo ad estendere questa teoria all'erogazione di un servizio, al funzionamento di un ufficio ci accorgiamo che è più facile criticare il lavoro altrui se questo è oggetto di un pregiudizio che spesso è solo generato dalla nostra fretta di risolvere un problema , dalla nostra richiesta e da un bisogno personale più o meno contingente.

E' più facile aggredire che avere considerazione del lavoro altrui tanto che si spersonalizza tutto il sistema fino ad arrivare davanti al muro invalicabile della burocrazia che è appunto più facile prendere a picconate.

E' per tale ragione che ho deciso di raccontare la mia esperienza, attraverso un racconto che vuole mettere in circolo le esperienze virtuose del nostro territorio. Sono molto orgogliosa che una professionista come la dottoressa Fadumo Keinan operi nel pronto soccorso di Tivoli, perché questo mi fa essere fiduciosa nelle istituzioni presenti e attive e perché sono convinta che non sono gli strumenti o le strutture a fare la differenza e a cambiare gli eventi della nostra quotidiana esistenza, ma le persone, quelle impegnate che mettono la loro competenza a servizio della comunità.

Il nostro territorio pur essendo una provincia e pur sviluppandosi in un contesto ambientale vicino alla Capitale può contare su figure e professionisti validi, persino eccellenti, che svolgono il loro dovere e il loro lavoro in maniera efficacissima e nel caso della dottoressa, trattandosi di un medico di Pronto Soccorso, anche in maniera empatica e sensibile che sa comunicare con i pazienti, ma anche con i parenti che spesso totalmente coinvolti nello sconcerto non sanno affrontare l'impatto con il problema di salute, la sofferenza e l'emergenza del loro congiunto.

E' proprio la comunicazione quel “ponte” tra gli individui che fa incontrare le opposte visioni degli interlocutori e che avvicina e fa comprendere le ragioni dell'altro . Mi rendo conto che nelle nostre comunità territoriali che possono formarsi nel quartiere, nel condominio, nelle scuole o semplicemente nei punti di incontro come una semplice sala d'attesa anche di un pronto soccorso c'è bisogno di condividere quelle esperienze positive e virtuose che possano funzionare come stimoli positivi ai comportamenti civili e democratici da emulare per migliorare la propria vita e quella degli altri, ribaltando quella Teoria della finestra rotta e quella realtà dove si deve tendere ad aggiustare e riparare qualcosa che si sta deteriorando o che rischia di esserlo per eccesso di critica o addirittura per abbandono, incuria o per il gusto di una scelta distruttiva che dilaga.

Bisognerebbe gettare le basi per una nuova umanità attraverso l'impegno personale in tutto ciò che si fa, mettendo in atto un vigore nuovo nei ruoli e nelle mansioni che si svolgono non solo per essere il meglio che si è, ma per realizzare una società migliore e lasciare una eredità basata sul dialogo costruttivo ed una comunicazione non ostile per i nostri figli , per i giovani perché il futuro non è molto al di là del tempo che viviamo giorno per giorno.

E così dalla mia riflessione è nata l'idea di ascoltare l'esperienza diretta di un medico che ancora una volta si è distinta per la sua notevole professionalità, dedicandomi il suo tempo prezioso per raccontare ciò che non è immediatamente visibile, ovvero il lavoro di coloro che devono salvare vite altrui e in certi casi si trovano a salvare la propria da attacchi spesso violenti.

Riporto di seguito una breve intervista alla dottoressa Fadumo Keinan che ancora una volta, commossa, sentitamente ringrazio.

Quali sono le sue origini ?

"Sono nata e cresciuta in una piccola cittadina sulla riva del fiume Jiuba in Somalia, circondata dall’amore dei miei cari genitori e dei miei fratelli.

Sono sempre stata una bambina gioiosa e forte con una grande voglia di realizzare qualcosa che potesse rendere fiera me e la mi famiglia.

Il desiderio di diventare medico, più precisamente chirurgo, è qualcosa che non si è maturato nel tempo della mia giovinezza ma direi piuttosto un sogno innato che ha permeato la mia vita sin dall’infanzia ponendolo come unico obiettivo".

Quali sono state le sue motivazioni che l'hanno portata a diventare medico?

"La vita non è stata sicuramente facile e priva di ostacoli per me, già iscritta alla Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Nazionale Somala di Mogadiscio sono dovuta scappare dalla guerra civile che incombeva nella mia terra natia, giovanissima e incinta ormai non c’era più posto per chi come me aveva sogni e aspirazioni da realizzare ecco dunque che mi ritrovai sola ma più combattiva che mai, attraversai il confine giungendo in Kenya con una bambina in grembo e con l’unica certezza che ciò a cui avevo sempre aspirato si sarebbe doppiamente realizzato per dare un futuro a quella creatura.

Il tempo e il sudore della fronte hanno fatto sì che venissi in Italia dove mi iscrissi all’università La Sapienza di Roma, entrai alla facoltà di Medicina e Chirurgia dove mi laureai e specializzai sotto la guida dell’emerito Professor Piero Chirletti al quale devo molto della mia competenza".

Da quanto tempo lavora al Pronto Soccorso di Tivoli ?

"Dopo diverse esperienze lavorative come ad esempio quello di collaboratore durante la mia specializzazione presso l’eccellente Reparto di Chirurgia Toracica del Forlanini presieduto dal geniale Professor Massimo Martelli, sono ad oggi dirigente medico presso il PS dell’ospedale di Tivoli dove lavoro da quasi 13 anni sotto il primariato del Dottor Ugo Donati, Medico e persona stupenda".

Quali sono le principali difficoltà che si incontrano oggi a lavorare in un pronto soccorso, dopo l'emergenza pandemia che ancora non si può considerare conclusa?

"Se parliamo di medici di pronto soccorso la prima cosa da delineare è che rappresentiamo la prima linea di Emergenza di ogni Ospedale, in questi casi la tempistica e la lucidità mentale sono tutto, molte volte bisogna essere capaci di prendere decisioni in piccolissime frazioni di tempo al fine di salvare un paziente. Nel corso del tempo ricomprendo questo ruolo posso esprimermi su alcune problematiche che immagino imperversino in moltissimi se non tutti i PS ossia la mancanza di tutela nei confronti del personale sanitario soggetto ad aggressioni di ogni genere spesso dai parenti stessi, cosa che io in prima persona ho subito, e l’assenza di una quantità sufficiente di medici per ricoprire il ruolo. Ovviamente la lista è lunga ma credo che le istituzioni dovrebbero farsi carico di una maggiore responsabilità per le condizioni in cui mettono gli ospedali e il tutto il personale.

Per quanto riguarda la Pandemia mi esprimo dicendo che gli ostacoli maggiori con tutte le annesse difficoltà sono ad oggi superate ma ciò non significa considerarla finita".

Qual è il suo auspicio di donna e di medico per il futuro?

"Io sono qui da medico e da madre per dire che il mio impegno è sempre stato e sempre sarà quello di salvaguardare la salute e l’integrità dei miei pazienti e non solo.

Pensando al futuro ciò che vorrei sarebbe quello di tornare giù a casa e avere la possibilità di aiutare in prima persona a creare una istituzione sanitaria degna del suo nome così da poter aiutare anche chi non ha mai avuto l’opportunità di ricevere quel minimo di cure che dovrebbero essere garantite per diritto".

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