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Simone Saccucci: Il pedagogista che narra Guidonia

di Claudia Crocchianti -


In quest’intervista il pedagogista e narratore di Guidonia Simone Saccucci che parla del suo lavoro.

Lei è un pedagogista ha lavorato e continua a operare nelle periferie come narratore, non è facile credo il rapporto con chi vive in questi luoghi come riesce a rapportarsi?

“Non è facile soltanto all’inizio. Per via della diffidenza, spesso, e della mia timidezza. Poi però si costruiscono relazioni, o almeno si tenta, al di là di ogni caratteristica umana. Solo per la voglia di cucire legami e raccontarne i frutti”.

Ora ha scelto di parlare della sua città Guidonia raccontando come sono nate come quella di Villalba e di Collefiorito; come è nata quest’idea e i particolari?

“Ho iniziato questo percorso circa 20 anni fa. L’ho iniziato perché avevo necessità di trovare un equilibrio nel posto in cui sono nato e vivo: Colle Fiorito. Credo, col senno di poi, che il motivo di tutto sia stato proprio questo: cercare una stabilità. Le storie me l’hanno fatta trovare. E, soprattutto, le storie del mio territorio mi hanno aiutato ad amarlo nonostante tutto ed anche a sentire in me la forza di poter stare anche in altri territori. Ti puoi sentire a casa dovunque, forse, se vieni a contatto con le storie del luogo in cui sei. Se te le fai raccontare e poi magari le racconti a tua volta. E’ nato così tutto questo viaggio per me ancora tanto affascinante, tanto avventuroso”.

Qualche ricordo o aneddoto che lo lega a Guidonia?

“La mia vita è incollata al territorio guidoniano, come a quello tiburtino e a quello, allargandoci, della Valle dell’Aniene. Le mie radici sono lungo questo fiume che oggi diventa via via un torrente. Quasi a significare che le radici, pian piano, le stiamo perdendo. E se le perdiamo corriamo il rischio di perdere il contatto con il presente. Ecco, a questo mio territorio sono incollate le mie radici e, quindi, il mio presente. E, così, anche il mio futuro. Non so se lo passerò qui, dove vivo oggi e dove sto da 40 anni. Ma so che dovunque andrò, sarò sempre un po' qui. E’ inevitabile. No?”.

I ragazzi di oggi e il loro modo di affrontare la vita è veramente pericoloso per loro stessi. Come si dovrebbe affrontare questo problema da un punto di vista pedagogico?

“Il problema dei giovani sono prima di tutto gli adulti: siamo noi il problema vero. Un problema che non vogliamo risolvere perché presuppone un lavoro su noi stessi, i nostri vizi, le nostre schiavitù, la nostra incapacità di cercare sobrietà, il nostro desiderio di volere tutto il più possibile. Sì, i ragazzi oggi son diversi da quelli di ieri. Ma questo è inevitabile che avvenga. Ma se i ragazzi, che incontro a migliaia ogni anno, sono sempre tanto ma tanto migliori di come gli adulti li dipingono. Gli adulti, invece, peggiorano a vista d’occhio”.

Il suo lavoro di narratore affascina sempre tutti e tutte come riesce a colpire il cuore e l’anima delle persone?

“Grazie mille: spero sia così. Non lo so come faccio e a volte non so se io riesca o meno a farlo. So che ci metto sempre l’entusiasmo. Perché è una cosa vitale per me. Son cresciuto con questa piccola arte del raccontare e dell’ascoltare storie. Perché è un’arte anche quella di Ascoltare. Non solo quella di Raccontare. Un’arte che ho tentato, e tento, di mischiare con i miei studi”.



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