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Tivoli: Tra ironie e applausi, la candidatura a Capitale della Cultura scatena i tiburtini

  • Tivoli Guidonia City
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

La candidatura di Tivoli al bando che assegnerà il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2029 rappresenta, senza dubbio, una notizia importante per il territorio. Un'iniziativa che si inserisce nel solco di un percorso avviato già anni fa dal Comitato per la candidatura di Tivoli Capitale della Cultura e che riporta al centro del dibattito pubblico una domanda fondamentale: quale futuro vuole costruire la città per se stessa?


Come spesso accade, l'annuncio ha suscitato reazioni contrastanti. Da una parte c'è chi ha accolto la notizia con entusiasmo, vedendola come un'opportunità di rilancio e valorizzazione. Dall'altra non sono mancati commenti ironici, scettici o apertamente disfattisti, alimentati dalle tante criticità che Tivoli continua a vivere quotidianamente.

E sarebbe ingenuo negare la realtà. I problemi della città sono numerosi e sotto gli occhi di tutti: dal decoro urbano alla manutenzione, dalla mobilità alla valorizzazione dei beni culturali, passando per una programmazione turistica che per troppo tempo è apparsa insufficiente rispetto alle enormi potenzialità del territorio. Pensare di diventare Capitale della Cultura senza affrontare queste questioni sarebbe un esercizio di pura propaganda.

Ma proprio qui sta il punto. Una candidatura non è un traguardo, bensì un punto di partenza. È uno strumento per fissare un obiettivo e costruire una visione. Se si aspetta che tutto sia perfetto prima di ambire a qualcosa di importante, si rischia di non partire mai.


Prima ancora delle opere e degli investimenti, però, Tivoli ha bisogno di un cambiamento culturale nel senso più ampio del termine. Ha bisogno di rafforzare la consapevolezza del proprio valore storico e identitario. Ha bisogno di superare quella mentalità che troppo spesso caratterizza il dibattito cittadino, fatta di divisioni, rivalità, invidie e della tendenza a curare solo il proprio orticello e/o a difendere esclusivamente il proprio piccolo interesse particolare. Una città che ambisce a crescere deve imparare a ragionare come una comunità.

Eppure le ragioni per credere in questa sfida non mancano. Tivoli custodisce un patrimonio straordinario, unico nel panorama nazionale. La presenza di due siti riconosciuti dall'Unesco, Villa d'Este e Villa Adriana, costituisce un patrimonio di valore universale che poche città possono vantare. A questi si aggiungono secoli di storia, tradizioni, paesaggi e testimonianze culturali che fanno di Tivoli una realtà con tutte le credenziali per presentarsi a una competizione di questo livello.


Il problema è che per decenni questo patrimonio non è stato adeguatamente valorizzato. La città ha pagato il prezzo di una politica spesso miope, incapace di trasformare la ricchezza culturale in una leva di sviluppo economico e turistico. Si è vissuto troppo a lungo dando per scontato ciò che altrove rappresenterebbe una risorsa strategica. E se oggi Tivoli si trova ad affrontare difficoltà strutturali, una parte delle responsabilità risiede proprio nella mancata capacità di investire sulla cultura come motore di crescita.

Per questo la candidatura al 2029 va giudicata prima di tutto per ciò che può generare lungo il percorso. Può essere l'occasione per elaborare una visione condivisa, attrarre investimenti, migliorare i servizi, coinvolgere associazioni, istituzioni e cittadini in un progetto comune. Può diventare un catalizzatore di energie positive.


Naturalmente non bastano gli slogan. Le ambizioni, per quanto nobili, devono tradursi in programmi concreti, interventi reali e risultati misurabili. I cittadini hanno il diritto di pretendere che alle dichiarazioni seguano i fatti.


Tivoli non diventerà Capitale della Cultura per decreto e forse non vincerà nemmeno il bando. Ma rinunciare a provarci significherebbe accettare una visione rassegnata del proprio futuro. Al contrario, fissare un obiettivo alto può essere il primo passo per ritrovare fiducia nelle proprie potenzialità.

La vera sfida, prima ancora del 2029, è convincere i tiburtini che la cultura non è un lusso o un ornamento, ma una risorsa concreta su cui costruire sviluppo, identità e prospettive. Se questa candidatura riuscirà a innescare tale consapevolezza, avrà già raggiunto un risultato importante.

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